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giovedì 20 luglio 2017

Il silenzio mediatico sulla tragedia palestinese

La situazione in Palestina sta peggiorando sempre di più. I media italiani non ne fanno alcun accenno, se non quando ad essere attaccato è lo Stato d’Israele
fonte: per la pace
da: www.infopal.it
La situazione in Palestina sta peggiorando sempre di più. I media italiani non ne fanno alcun accenno, se non quando ad essere attaccato è lo Stato d’Israele.
A Gaza è in corso una crisi umanitaria: la città palestinese vive da quasi un mese senza acqua e senza corrente per 20 ore al giorno. Il taglio della forniture dell’energia elettrica e dell’acqua è stato effettuato da Israele, sotto richiesta dell’Autorità Nazionale Palestinese (Fatah). A risentirne sono anche gli ospedali, che non riescono a salvare vite umane.
A Gerusalemme, invece, è in corso un abuso storico, quello del diritto dei Palestinesi di fede musulmana di poter pregare alla moschea di al-Aqsa, la terza moschea più importante nell’Islam dopo quella di Mecca e Medina. In seguito all’attacco di venerdì mattina, le autorità israeliane hanno chiuso la moschea al-Aqsa fino a domenica inclusa, cancellando così la preghiera del venerdì, tempo che ha permesso ad Israele di poter installare dei metal detector davanti alle entrate della moschea. Una chiusura dal carattere attraente per i sionisti, che rivendicano il tempio di Salomone, il quale secondo le loro costruzione storiche si trova sotto la moschea al-Aqsa: molti sono difatti i fanatici che sognano la distruzione della moschea al-Aqsa per riportare alla luce il tempio.
I divieti si stanno facendo sempre più pesanti, come pesante sta diventando il peso delle risoluzioni internazionali violate puntualmente da Israele.
Pesante è anche la rabbia nel vedere le istituzioni internazionali non fare nulla o nell’ascoltare un Macron paragonare l’anti-sionismo all’anti-semitismo, mentre i Palestinesi, donne, uomini e bambini, continuano ad essere uccisi, arrestati, attaccati dai soldati e dai coloni, come ci dimostra ogni giorno la realtà quotidiana della città palestinese di al-Khalil; o mentre si nega loro il diritto di poter tornare nella loro terra natia o di poter pregare nel loro luogo più sacro, come il caso di Gerusalemme.
E se proviamo a ribellarci, chiedendo il rispetto dei diritti umani e internazionali, siamo bollati come anti-semiti. Troppo facile e di impatto, per mettere a tacere le verità di quello che succede da più di 70 anni in Palestina.

Parlate di mafia!

fonte: liberainformazione

di: Tonio Dell'Olio
“Parlate della mafia – raccomandava Paolo Borsellino. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene”. Che significa: diventate voi stessi il rovescio dell’omertà.
Usate il potere della parola per scrostare la diffidenza, il sospetto, la paura dal corpo sociale. Parlarne vuol dire creare dibattito, far circolare idee come fossero aria nuova nella stagnazione del “non cambierà mai nulla” e nel farci accettare la violenza e il puzzo delle mafie come un fatto ineluttabile e normale.
E se è vero che c’è chi ne parla ogni venticinque anni ad anniversari di strage, tu parlane ad ogni occasione e, quando manca l’occasione, creala. Perché parlarne significa creare cultura, ovvero mentalità nuova, familiarizzare con qualcosa, porre le premesse per il cambiamento. E vedere via D’Amelio in questi giorni gremita di ragazzi dagli occhi vivaci e dall’animo fiero, è segno che c’è stato più di qualcuno che in questi anni ha solcato quella raccomandazione di Paolo Borsellino.
Per questo possiamo dire che oggi viviamo sicuramente in un Paese diverso da quello di 25 anni fa. Solo ci resta di imparare a riconoscere la pelle delle nuove mafie che non usano l’esplosivo ma il discredito, non i proiettili ma l’isolamento e le cui tracce trovi più nelle pagine di economia e quotazioni di borsa che nella cronaca.

Erri De Luca: “Decreto Minniti, vogliono censurare il diritto di critica”

fonte: micromega
Lo scrittore della 'parola contraria' si schiera col giovane avvocato denunciato con l'accusa di vilipendio per aver constestato pubblicamente il decreto Minniti-Orlando: "Mi unisco al suo reato, quel provvedimento è infame". Giovedì 20 luglio non potrà essere nella piazza #IoMiDenuncio di Roma ma dice: "Aderisco alle ragioni". Infine attacca il governo per il rinvio dello ius soli ed è convinto che esiste un'Italia eccellente ma "manca ancora una rappresentanza politica dell'enorme potenziale civile del nostro Paese".

intervista a Erri De Luca di Giacomo Russo Spena
Erri De Luca si è subito schierato, come spesso fa quando bisogna difendere le parole contrarie e il diritto al dissenso. "Gianluca Dicandia avvocato, denunciato per vilipendio: ha criticato il decreto Minniti. Mi unisco al suo reato. Il decreto è infame" ha twittato dal suo profilo lo scrittore napoletano. Ma veniamo ai fatti incriminati. E' il 20 giugno scorso quando nella centralissima piazza del Pantheon, a Roma, durante un flash mob promosso da Amnesty International per i diritti dei migranti, un giovane avvocato, e attivista sociale, ha espresso dal microfono perplessità sul decreto Minniti-Orlando. L'intervento gli è valso prima un fermo con identificazione e poi una denuncia per vilipendio della Repubblica, delle Istituzioni costituzionali e delle Forze Armate. "Aderisco alle ragioni dell'avvocato incriminato per vilipendio" afferma oggi Erri De Luca, che in passato – ricordiamolo – è stato accusato di 'istigazione al sabotaggio' per alcune frasi in difesa del movimento No Tav. Vicenda che si è chiusa, positivamente, in tribunale con una assoluzione piena: il fatto non sussisteva.

Rompiamo il silenzio sull’Africa

fonte: antimafiaduemila
di Alex Zanotelli
Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani. Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass-media , purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo. Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. (Sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo!)
E’ inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa)
Ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.
E’ inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba ,il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.

martedì 18 luglio 2017

#IoMiDenuncio: liberi di dire “no” ai decreti Orlando-Minniti

Anche Sinistra Italiana aderisce a questa iniziativa necessaria e urgente per respingere ogni tentativo di imbavagliare il dissenso e criminalizzare chi manifesta.
Ci sono momenti, situazioni, episodi che fanno la storia e la vita politica e sociale di un Paese.
Momenti in cui si supera una soglia, un punto di non ritorno; momenti in cui è necessario reagire, dove non si danno più opzioni, ma solo necessità.
A suo modo, quanto si è consumato in piazza del Pantheon lo scorso 20 giugno, durante una manifestazione in occasione della Giornata mondiale del rifugiato, rientra in questa categoria.
In una piazza autorizzata un attivista, un legale, esperto di immigrazione, fa una critica dura e argomentata ai decreti Minniti-Orlando di recente conversione. La reazione delle forze di polizia presenti è immediata, al termine dell’intervento chiedono all’attivista di identificarsi. La piazza, sorpresa, protesta contro quello che, agli occhi di molti, è un abuso, una limitazione ed una violazione inaccettabile del diritto di espressione, della libertà di pensiero e di critica politica esercitata in modo pacifico, ma serio e determinato.
Al portavoce di Amnesty International (promotore della manifestazione) viene chiesto dalle forze dell’ordine – come testimoniano i video in rete – di “dissociarsi” dai contenuti dell’intervento. Altri quattro attivisti, che chiedevano spiegazioni in merito a quanto stava accadendo e le ragioni dell’identificazione, vengono a loro volta identificati.
Nei giorni successivi, la notizia ha un’ampia diffusione attraverso media e social network e, immediatamente, vengono presentate ben tre interrogazioni parlamentari – a tutt’oggi inevase – al fine di ricevere spiegazioni in merito alla vicenda.

Export armi alle dittature. Stop svedese e silenzio italiano

Cosa impedisce al governo e ai parlamentari italiani di compiere una scelta simile a quella dei loro colleghi svedesi? Come entra questa prospettiva strategica nel dibattito dei partiti alle prese con nuove alleanze elettorali?
fonte: per la paceù
da: cittanuova
La Svezia ha deciso, con accordo unitario tra governo e opposizioni, di  bloccare l’esportazione di armi verso gli stati autocratici e che non rispettano i diritti umani. Ne hanno dato notizia le agenzie di stampa e i media principali. Eppure il Paese scandinavo non vive in un mondo ideale di pace. Ha un vicino come la Russia che non fa dormire sonni tranquilli, tanto che il ministro della difesa svedese ha parlato, nell’agosto scorso, di provocazioni intollerabili da parte delle truppe di Putin che usano, nelle loro esercitazioni al confine, anche armi nucleari tattiche. Il governo svedese ha deciso di reintrodurre da marzo 2017 la coscrizione militare obbligatoria nel Paese richiamando in servizio tutti i ragazzi nati tra il 1999 ed il 2000.

Le aziende degli armamenti, a cominciare dalla multinazionale Saab, hanno criticato la scelta di porre limiti troppo esigenti nella vendita delle armi arrivando a minacciare di delocalizzare altrove la produzione anche se la Svezia è interessata ad aumentare il bilancio della difesa perché, come afferma la tesi prevalente , «la stessa produzione di tecnologia militare è un fattore fondamentale per la dissuasione e quindi la pace». Si tratta, secondo questa prospettiva, di un settore «da tutelare con grande cura nell’ambito delle democrazie avanzate». Resta il fatto che la produzione di armi non può essere vincola al principio di sufficienza (“produco solo per la mia difesa”) ma ha bisogno di trovare comunque dei compratori.

lunedì 17 luglio 2017

Relazione DNA: le schede di sintesi sull’evoluzione delle organizzazioni mafiose

fonte: avvisopubblico
La Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo ha presentato a giugno 2017 la Relazione annuale sulle attività svolte dal Procuratore nazionale e dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo con un’analisi dettagliata delle dinamiche e strategie della criminalità organizzata di tipo mafioso.
Avviso Pubblico ha realizzato ampie sintesi dell’ultima Relazione con riferimento all’evoluzione delle diverse organizzazioni mafiose ( Camorra, ‘Ndrangheta, Sacra corona unita, Cosa Nostra, mafie straniere), con particolare riguardo all’utilizzo della corruzione come strumento di infiltrazione nella società civile e politica. E’ inoltre disponibile l’analisi delle attività illecite svolte nei diversi settori (reati ambientali, narcotraffico, tratta di esseri umani, contraffazione).
Sull’Osservatorio parlamentare di Avviso Pubblico è altresì disponibile la sintesi delle relazioni alle Camere sulle misure di contrasto della criminalità organizzata presentate negli ultimi anni dal Ministero dell’interno e dalla Direzione investigativa antimafia.

domenica 16 luglio 2017

Istat. Povertà, peggiora per le famiglie numerose e i giovani

Nel 2016 1,6 milioni di nuclei nell’indigenza grave, raddoppiato il numero di quelli numerosi poveri. Galantino: questi dati smuovano le agende politiche 

fonte: per la pace

da: Avvenire

Una magra consolazione. Alla apparente stabilità del numero dei poveri assoluti in Italia, quai 5 milioni, fa da contraltrare invece il raddoppio della grave indigenza tra le famiglie con tre o più figli, nelle coppie giovani e nelle famiglie con lavori modesti. Nel 2016 infatti, secondo i dati Istat sulla povertà in Italia diffusi stamane, si stima siano 1 milione e 619mila le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta, nelle quali vivono 4 milioni e 742 mila individui. Rispetto al 2015 si rileva una sostanziale stabilità della povertà assoluta in termini sia di famiglie sia di individui. L’incidenza della povertà assoluta sale al 26,8% dal 18,3% del 2015 tra le famiglie con 3 o più figli minori, coinvolgendo nel 2016 137mila 771 famiglie e 814mila 402 individui.
In aumento l’indigenza dei minori
Ma la grave deprivazione aumenta anche fra i minori, da 10,9% a 12,5%. Tra le persone in povertà assoluta si stima che le donne siano 2 milioni 458mila (incidenza pari a 7,9%), i minori 1 milione 292mila (12,5%), i giovani di 18-34 anni 1 milione e 17mila (10,0%) e gli anziani 510mila (3,8%). Ma è proprio la condizione dei minori ad essere in netto peggioramento – basti pensare che nel 2005, anno di inizio della serie storica, l’incidenza della povertà assolta era al 3,9% ­- come del resto quella dei giovani, per i quali il valore è più che triplicato rispetto al 2005 (10,0% contro 3,1%). L’incidenza della povertà assoluta cresce nel tempo anche fra gli adulti tra i 35 e i 64 anni (da 2,7% del 2005 a 7,3%) mentre è in diminuzione tra gli anziani (4,5% nel 2005).

Caporalato, processo Sabr: una sentenza riscatto per l’Italia

fonte: liberainformazione

di: Antonio Nicola Pezzuto
La sentenza emessa dalla Corte d’Assise di Lecce al termine del processo “Sabr” di primo grado è importante perché riconosce il reato di “riduzione in schiavitù” in un procedimento giudiziario che interessa il mondo del lavoro.
L’inchiesta del Procuratore Aggiunto Elsa Valeria Mignone e dei Carabinieri del ROS ha fatto luce su ciò che è accaduto nelle campagne di Nardò tra il gennaio del 2009 e l’ottobre del 2011, periodo in cui si sono svolte le indagini.
“Ora quelli te li sfianco fino a questa sera…”, è una delle frasi pronunciate dai caporali e intercettate dagli investigatori.
Uomini trattati in maniera disumana, una triste pagina della storia salentina e italiana.
A scriverla, un’organizzazione criminale avente una struttura verticistica, composta da caporali e imprenditori senza scrupoli.
“Un’organizzazione criminale transnazionale costituita da italiani, algerini, tunisini e sudanesi, attiva anche a Rosarno e in altre parti del sud Italia”, così la definiva il GIP di Lecce, Carlo Cazzella, nell’ordinanza di custodia cautelare.
Il luogo simbolo di questa grave vicenda è la masseria Boncuri, situata nelle campagne di Nardò. È lì che veniva calpestata la dignità umana e si manifestava in tutta la sua crudeltà ed efferatezza la brama di ricchezza di persone senza scrupoli.
Gli immigrati venivano sottoposti a turni di lavoro nei campi di almeno 10-12 ore, al caldo torrido, senza riposo settimanale, per una paga di 20-25 euro, nella maggior parte dei casi in nero. Una parte consistente del salario veniva trattenuta dal caporale e dall’intermediario.

Difendevano terre, fiumi e boschi. Duecento ambientalisti assassinati

Il Brasile in cima alla lista nera del 2016: 49 delitti. I casi della nonna pescatrice Magalhães e dell’indigena Cáceres che lottavano contro le dighe. L’omicidio brutale dell’irlandese McCoy, paladino del verde sopra Dublino
fonte: antimafiaduemila
di Andrea Pasqualetto
Lottavano per difendere la terra, le foreste, i fiumi. L’aria. Per l’ambiente hanno vissuto e per l’ambiente sono stati assassinati. Sorprende il numero: almeno duecento nel solo 2016, l’anno più sanguinoso. Lo riferisce Global Witness, l’Ong internazionale che dal 2002 tiene la contabilità mondiale degli attivisti vittime delle loro battaglie. «Defenders of the Earth», difensori della Terra, li hanno ribattezzati nell’ultimo rapporto. L’area nera è l’America Latina con il 60% degli omicidi. In cima alla lista dei Paesi più colpiti, il Brasile: 49 delitti. Seguono Colombia, Filippine, India, Honduras, Nicaragua, Congo, Bangladesh. Ma il sangue dei volontari dell’ambiente è scorso anche in Iran, Messico e Sudafrica. E pure in Europa, in Irlanda, dove un ambientalista di Dublino è stato picchiato a morte con una mazza da baseball. Il rapporto parla di una recrudescenza del fenomeno. Agguati, pestaggi, minacce. In vaste aree i difensori del pianeta verde sono sugli scudi e denunciano i soprusi. E sempre più spesso muoiono. Ammazzati.